Il 29 marzo 2003, all’ospedale di Bangkok, moriva a causa della SARS Carlo Urbani, il medico italiano che per primo aveva individuato sul campo il virus letale.
Quella causata dal coronavirus non è la prima emergenza sanitaria globale che il mondo si trova a dover affrontare. Già nel 2003 proprio una forma di coronavirus fu responsabile dell’epidemia di SARS che causò oltre 8000 contagi e 775 morti nel mondo. In quell’occasione la pandemia fu scongiurata grazie al sacrificio del medico italiano Carlo Urbani, in Estremo Oriente per l’Oms.
Un medico sconosciuto
Se i libri di storia del futuro hanno pagine ancora bianche da essere riempite, dovranno parlare del medico Carlo Urbani
Enzo Biagi
Per descrivere la vita di un uomo di solito non si comincia dalla sua morte. Ma la storia di Carlo Urbani non può che essere raccontata a ritroso, partendo cioè da quel 29 marzo 2003, quando le agenzie di stampa di tutto il mondo diffusero la notizia della sua scomparsa e noi, nell’apprendere che era morto, abbiamo saputo che era vissuto. Venivamo a sapere che Carlo Urbani era un infettivologo tra i più esperti al mondo, e che era l’uomo che aveva «scoperto» la Sars. E leggevamo che proprio lui era il primo italiano morto di quella malattia, ucciso dal misterioso virus in un remoto ospedale di Bangkok; proprio lui che per primo aveva individuato la «polmonite killer» che in quei giorni terrorizzava il mondo, chiudeva le frontiere, mutava il modo di vivere di interi continenti, addirittura rubava le prime pagine alla guerra contro l’Iraq.

Scoprivamo poi con stupore che per molti anni quel medico italiano aveva lasciato tracce di sé in buona parte del mondo, non solo a parole, ma a fatti: raggiungendo gli ultimi della terra, portando loro sollievo, medicinali e soprattutto il diritto alla salute.

Venivamo a sapere addirittura che lo stesso medico italiano nel 1999 aveva ritirato il Premio Nobel per la pace come presidente nazionale di Medici senza frontiere. «Ma come, e noi non ne sapevamo niente?», ci si chiedeva un po’ tutti. E a quel punto la figura dell’uomo sfuggiva davvero a ogni tentativo di classificazione, mandando in confusione mass media e biografi improvvisati: un santo? un eroe? un missionario? uno scienziato geniale? un samaritano pronto a donare la sua vita per salvare quella degli altri? Si è scritto e detto di tutto.
Quando si spense nell’ospedale thailandese di Bangkok dopo un’autodiagnosi che da subito gli aveva tolto ogni speranza, Carlo Urbani era ormai ai vertici dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, come responsabile per il Sud-Est asiatico. Ancora qualche anno in Vietnam e il trasferimento a Ginevra, alla testa dell’Oms, sarebbe stato «l’apice della carriera», detto con parole nostre, «il sogno di distribuire accesso alla salute ai segmenti più sfavoriti delle popolazioni», detto con le parole dello stesso Urbani.
Tutto questo lo abbiamo letto e ascoltato da quel sabato 29 marzo 2003. Quel giorno tutti si chiesero come un «personaggio» simile ci fosse sfuggito fino ad allora. E noi italiani ci siamo tutti stupiti che in mezzo a noi, in un paesino delle Marche, fosse nato e cresciuto un uomo di tali qualità.

Un Uomo, un medico
Ma è nel mondo intero che il nome di Carlo Urbani è improvvisamente diventato sinonimo di eroe. A dispetto del silenzio e della sobrietà in cui aveva sempre vissuto e operato. La moglie, la madre, i colleghi più prossimi rifiutano la definizione di eroe, giornalisticamente avvincente ma spesso svuotata del suo vero significato e attribuita con enfasi a chi è tutt’altro.
Carlo Urbani era prima di tutto un Uomo, poi un Medico che faceva fino in fondo il suo lavoro. Per questo – come tanti testimoni, spesso suoi pazienti, raccontano – il giorno che un trapiantato di rene ebbe una crisi di rigetto e fu portato d’urgenza in Francia, non ci pensò un istante come medico di base a salire sull’ambulanza e partire con lui. Per questo quando in Vietnam una turista italiana che aveva perso la memoria dovette essere rimpatriata, non esitò a prendere l’aereo con lei e a riportarla a Venezia dalla famiglia. E per questo anche la sua scelta di visitare quel primo malato di «una strana forma di polmonite» in Vietnam. Quando capì di aver contratto anche lui la «polmonite killer» ha avuto paura, tanta paura. E ha vissuto con disperata angoscia la separazione dai suoi tre bambini e dalla moglie. Per tutto questo il suo sacrificio è immenso.
La morte è l’evento che ha reso celebre Carlo Urbani, ma è il «prima», la sua vita di medico, quel lungo flashback costellato di scelte coerenti e coraggiose, a meritare di essere raccontato. In un momento di grave crisi come quello che stiamo vivendo in questi giorni, abbiamo ancora bisogno del suo grande esempio di onestà, limpidezza, competenza. Un medico che ha saputo andare al di là di tutte le frontiere, per donare interamente se stesso.
Il “protocollo Urbani”
La Sars è stata la prima malattia dell’era della globalizzazione. Harlem Brundtland, all’epoca direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, non ha esitato a ribadire che è solo “grazie ad Urbani, alla sua pronta diagnosi, se è scattata la vigilanza globale sul virus Sars ed è quindi stato possibile identificare e isolare molti casi prima che potessero contagiare il resto delle popolazioni”. Successivamente gli ufficiali medici di tutto il mondo riconosceranno che, se non fosse stato per l’intuizione del medico italiano, la Sars avrebbe infettato più lontano e più velocemente: non sapremo mai quante vite ha salvato con la sua.
Dopo la Sars, dal 2003 per arrivare a oggi, 26 febbraio 2020, altre epidemie hanno fatto la loro comparsa nel mondo, e ogni volta la comunità scientifica mondiale si è fatta trovare pronta proprio grazie a Carlo Urbani e alla «prova generale», poi definito “protocollo Urbani”, da lui messa in atto per fermare il contagio.
Nei momenti di grave crisi sanitaria riponiamo le nostre speranze e aspettative nell’efficienza delle grandi organizzazioni come l’OMS o di quelle più piccole come gli ospedali e i presidi sanitari. Non sono però le organizzazioni che cambiano il nostro destino o che fanno la differenza, ma sono le persone che ci lavorano dentro, in particolare quelle si fanno carico di cambiare il corso degli eventi perché credono fino in fondo nell’importanza del loro lavoro.
Carlo Urbani era una di queste persone.
Ilaria Capua
L’opera di Carlo Urbani è oggi portata avanti dall’Associazione Italiana Carlo Urbani, fondata allo scopo di ricordarne ed onorarne la figura dal punto di vista umano, professionale e scientifico, attraverso diverse iniziative umanitarie, formative e culturali.

MEDICO SENZA FRONTIERE
Ritratto di Carlo Urbani
La storia di Carlo Urbani è stata raccontata da Lucia Bellaspiga in questo libro. Un ritratto che consente di cogliere a fondo l’uomo, il medico, il suo impegno, la sua fede.
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