
Mi trovo a pranzo con tre studentesse del liceo. Tema del giorno: il rapporto tra professori e alunni. È voce comune che nelle loro classi ci siano delle disparità di trattamento da parte di alcuni insegnanti. Mi descrivono che esistono delle caste sociali, anzi scolastiche, piuttosto evidenti create dagli insegnanti: ci sono alunni simpatici, quelli antipatici, i preferiti delle prof, i cocchi, i “lecchini” (termine che mi ha riportato indietro nel tempo), i dimenticati, gli irrecuperabili e così via discorrendo.
Lamentavano, giustamente, che queste differenze di trattamento non dovrebbero esistere all’interno di un gruppo classe; i ragazzi hanno un forte senso della giustizia e – a ragione – pretendono che ci sia un trattamento ugualitario nei confronti di tutti.
Mentre ascoltavo i loro accorati racconti, mi sono tornate alla mente quelle stesse considerazioni che formulavo da studente. Ho raccontato alcuni aneddoti che mi sono rimasti impressi nella memoria. La mia professoressa di italiano delle scuole medie, per esempio, faceva leggere sempre la stessa persona, una compagna piuttosto secchiona. Era l’unica autorizzata a leggere ad alta voce, la professoressa non prendeva mai in considerazione l’eventualità di un altro lettore. Un giorno, non ricordo come, riuscii ad avere questa possibilità: pensavo che la mia esperienza terminasse dopo le prime righe e invece andai avanti di periodo in periodo, senza esitazioni, fino alla fine del paragrafo ininterrottamente. Terminata la lettura la professoressa mi disse: “Ah, Gironda, non sapevo che sapessi leggere così bene”. Ne fui felice ma questo confermava la mia tesi: se legge sempre lo stesso alunno gli altri rimarranno inevitabilmente nell’ombra. La compagna che leggeva regolarmente era la preferita della prof, lei non lo nascondeva e un po’ tutti ne soffrivamo.
Purtroppo non fu l’unico episodio e di alcuni insegnanti ricordo solo le ingiustizie che perpetuavano nei confronti degli studenti a loro poco simpatici.
Le ragazze con cui mi stavo confrontando sottolineavano soprattutto un aspetto: i professori scelgono sempre i più bravi per le occasioni importanti, come una esposizione davanti ad altre classi, una recita scolastica o per un progetto che prevede la presenza di persone esterne.
Evidentemente nella logica di alcuni insegnanti, la scelta di questi alunni più bravi è motivata più da una personale rassicurazione del docente riguardo il proprio lavoro che al riconoscimento dell’alunno meritevole. Quante volte mi capita di entrare in aula e vedere una discutibile assegnazione dei posti a sedere: i docenti mediocri sistemano al primo banco i più bravi della classe, dimenticando coloro che hanno maggiormente bisogno di attenzioni e considerazioni. È più semplice, più gratificante ma sicuramente poco professionale; così facendo il Pierino della situazione rimarrà sempre ai blocchi di partenza.
Ascoltando quanto mi raccontavano le studentesse, mi sono messo in discussione come insegnante. Per me, gli alunni sono tutti uguali? Credo che la scuola primaria sfugga un po’ da certe dinamiche così nette della scuola secondaria, probabilmente perché i bambini sono più simpatici, spontanei e affettuosi nei confronti degli adulti; più che ingiustizie nei confronti di alcuni singoli alunni ho visto, negli anni, insegnanti in difficoltà nel relazionarsi con tutto il gruppo classe.
Ricordo che nei primi tempi di insegnamento – memore delle mie esperienze scolastiche – credevo fermamente all’idea che gli alunni fossero tutti uguali. Con il passare del tempo mi sono accorto di quanto utopica sia quella posizione. Gli alunni per fortuna non sono tutti uguali come, del resto, agli occhi degli studenti non lo sono i docenti! Questa mia affermazione va colta in senso buono: ognuno di essi ha una sua storia, un suo carattere, ha bisogni, difficoltà e punti di forza personali, così come una propria carica umana con la quale può conquistare in misura diversa l’insegnante che ha di fronte.
Voglio bene ad ogni singolo bambino, apprezzo ogni sfumatura, li osservo attentamente, mi piace ascoltarli e cogliere quegli elementi positivi che portano con sé. È innegabile che con alcuni scatta un’intesa particolare, del resto è una dinamica umana imprescindibile; il bravo insegnante – per creare un clima di serenità e armonia – deve fare attenzione alle dinamiche dell’intero gruppo classe all’interno del quale non devono nascere favoritismi e dove le regole sono uguali per tutti.
È stata una chiacchierata interessante che mi ha riportato alla mente alcuni ricordi. Ci lamentiamo di una società e di un mondo ingiusto, con cittadini privilegiati rispetto ad altri. L’educazione alla giustizia ancora una volta parte dalle aule scolastiche. E in questo noi docenti abbiamo un compito delicato e importante.
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